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Qualsiasi non veneziano che butta l’occhio sui colori della nostra Laguna (per me bellissimi) pensa: qui dentro non ci vive nulla.

Eppure, i miei genitori hanno fatto in tempo a farci il bagno. E io ho avuto il privilegio di pescarci del pesce, anche buono, quando avevo sette anni (sono nato il 9 marzo 1961 sotto il segno dei pesci, ascendente San Marco, cioè leone).

Era l’epoca in cui attorno alle bricole, i pali di attracco delle barche, nuotavano i Go, pesci disdegnati dai miei perché di serie b, e soprattutto perché bastava un filo e del pane per tirarli su e, come diceva mio padre, venivano su sull’attenti. Pesce non nobile, stupido classificato in famiglia come sboraura( evita la traduzione). E pensare che mi hanno detto che oggi sono rari, ricercati e prelibatissimi.

Ma torniamo alla mia prima pesca veneziana. Mio zio Plinio mi porta a punta sabbioni, sui muraglioni a pescare. Butto la lenza e…. Miracolo, dopo solo mezz’ora pesco un’orata. Brilla nel sole, si dibatte sul cemento degli scogli artificiali, la traggo verso di me trascinandola per terra quando, velocissima, una pantegana l’afferra fra i denti, la strappa dall’amo e me la porta via. Ho pianto. Uno shock infantile che mi porto ancora dietro.

Chiamasi pantegana il ratto veneziano, grande poco meno di una gondola, abile nuotatore, sprezzante del pericolo tanto che i soriani veneziani non osano affrontarla in meno di tre. Mio padre gli sparava dall’altana col flobert a piombini mentre nuotavano in laguna.

Dunque le orate dimoravano nel mare interno della Serenissima. E quell’acqua, che voi vedete come sporca, per me è sangue puro della mia storia. Mi cullava da piccolo, la laguna, che imponeva il suo riflesso sul soffitto a cassettoni del palazzo. Io ascoltavo, pensando all’orata libera di nuotare verso l’isola dei nostri morti, San Michele.

In lontananza, la musica del prete rosso. Mia madre che suonava al suo vecchio Steinway a coda. L’avevo interrotta, a piedi scalzi, in Pigiamino, entrando in salone. Il marmo rosato veneziano era caldo sotto i miei piedi in quel luglio lontano ma così presente. Cicio, non ti dormi? No mamma, penso all’orata preda della pantegana.

Mamma mi accarezza il viso e mi dice: suona con me, il mare è pieno di pesci e un gatto ti vendicherà, prima poi.

Pax tibi Marce evangelista meus

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5Commenti

  • Sissi Eos, 26 Agosto 2014 @ 06:37 Rispondi

    Hai scritto qualcosa che ruberebbe il cuore a qualsiasi non veneziano 🙂 grazie!

    • alessandro pellizzari, 27 Agosto 2014 @ 14:34 Rispondi

      Grazie a te!

  • Ariel, 4 Febbraio 2019 @ 00:14 Rispondi

    @Alessandro ,e ma lo fai apposta di emozionarmi così !!
    Alessandro sto commossa la tua scrittura ripeto ciò che sento leggendoti pure qua e la cioè a sprazzi aspetto i tuoi numerosi libri

    Non so hai un modo di esprimerti che ricopre tutto il mondo delle emozioni ,tutte le risa la storia la tua storia nella storia

    E in più ti leggo e di nuovo le coincidenze alcune nella tua storia.
    Mio Padre suonava lo Steinway a coda ce lo avevamo a casa sono cresciuta con la musica classica suonata da mio Caro Padre…

    Sto in emozione scrivi continua e non smettere mai te ne prego!!!!

  • giovy, 4 Luglio 2019 @ 09:37 Rispondi

    Ci ho preso gusto a postare qui..ma che meraviglia questo tuo scritto. Sabato sera già programmato giro a Venezia(io sto sulle Prealpi venete)…già non vedevo l’ora di andare a far un saluto a San Marco, adesso fremo!

    • alessandro pellizzari, 4 Luglio 2019 @ 12:28 Rispondi

      Viva San Marco!

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