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Anni fa, quando la Spagna era ancora una delle nazioni più floride d’Europa, camminando per Madrid avevo subito notato questi uomini sandwich, tanti per strada, vestiti di un cartello giallo,con scritte grandi, che ti proponevano di scambiare il tuo oro con contanti tutti e subito.

La cosa impressionante era che non solo c’erano tanti negozi che offrivano la stessa cosa, ma che avevano questa specie di buttadentro, un po’ come quei camerieri dei ristoranti turistici del mare di ferragosto, che gravitano fra l’entrata e la strada per accalappiare più turisti possibili.

Questa scena mi ha fatto tornare indietro nel Tempo, quando per il Corriere avevo fatto un servizio sul monte dei pegni. All’epoca mi aveva impressionato la figura di questi soggetti che, in gessato, si avvicinavano a chi entrava per impegnare la sua roba e sussurravano: compro, compro in contanti. Certo, due realtà completamente diverse, una alla luce del giorno e una nell’ombra, una rionale l’altra nazionale, ma la sensazione che mi aveva dato la scena a Madrid era di povertà e decadenza.

Poi sappiamo cosa è successo in Spagna e come si siano moltiplicati i mercati dell’oro a ogni angolo di strada, spesso rimpiazzando negozi di vecchi artigiani, quelli sì più preziosi dell’oro. Ora io non demonizzo questa forma di commercio, magari ha fatto comodo a tanti vendere la catenina per tirare la fine del mese, ma non è questo un segnale di prosperità di un Paese. Anzi.

Così come non lo sono le sale da gioco che spuntano come funghi. Ancora una volta: io non sono contrario al gioco, fa parte della storia dell’uomo, in Italia si è sempre giocato al Lotto. Mia nonna, facendomi giocare la mia età a Venezia, mi ha fatto vincere a dieci anni, per un terno secco, l’equivalente di 5000 euro odierni. Mia mamma giocava al Casinò di Venezia e dove andava in vacanza, rigorosamente alla ruolette, e vinceva spesso. Non poche volta mamma ha pagato le vacanze di famiglia con la sua fortuna.

Non è il gioco che non va, è il suo diventare abnorme, crescere in ogni angolo di strada, sostituirsi al guadagno sudato con la fronte. L’altro giorno, in tabaccheria, li vedevo questi attaccati alle slot. Maschi e femmine, anziani, povera gente…

E arriviamo ai call center. Una volta, quando non c’era la crisi, certi call center erano il fiore all’occhiello del servizio clienti di certe aziende. Le signorine che ti rispondevano garantivano la risposta entro tot squilli, tu non pagavi niente, erano professionali e cortesi e RISOLVEVANO PROBLEMI.

Ben diverse dagli ultimi due call center con cui ho avuto a che fare. Intanto il tizio mi chiama in orario tardo (non di ufficio, magari sto cenando) sul cellulare. Chi ti ha dato il mio cellulare? Io di sicuro no. Prima cosa che non va.

Seconda cosa: mi chiama Alessandro. Allora, forse io esagero perché “porgo” ancora del lei a mia suocera, ma tu chi sei, un mio amico? Quale genio del marketing ti ha raccontato che è meglio se mi dai del tu? Orrore

Poi la telefonata avviene con un rumore di fondo da call center tipo stazione centrale agli arrivi dei treni dei pendolari. In più, il soggetto in questione è di nazionalità imprecisata, biascica un italiano stentato e scorretto, non capisco niente. Glielo dico, lui si incazza e mi sbatte il telefono in faccia.

Cara azienda che hai deciso di affidare la tua immagine (perché di questo si tratta visto che il tizio chiama a tuo nome per vendermi tue cose) a personale così non qualificato ma immagino di grande economia per te, sappi che non solo, almeno fra la tua clientela non di ultimissima fascia farai una figura pessima, ma la perderai.

Parliamo tanto di qualità del prodotto, ma anche il prodotto migliore del mondo può diventare una ciofeca se chi me lo vuole vendere mi chiama alle otto di sera, sul cellulare, biascicando un italiano che nulla ha dell’italiano, parlandomi da una fonderia e sbattendomi il telefono in faccia perché oso dirgli che non sento nulla e che lui sta parlando in maniera incomprensibile.

Anche questo dimostra la decadenza del nostro Paese, dove il risparmio sulle spese è più importante del minimo sindacale della qualità di base.

Povera Italia. Non tutti i call center saranno uguali, ma da quanto sento il livello e numero di lamentele pari alle mie (basta parlarne con amici e conoscenti per capire i numeri) direi che la decadenza in questo campo sta diventando virale.

Speriamo non tombale.

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