Un altro racconto sulla mia infanzia a Venezia, liberamente tratto da ciò che accadde davvero, o quasi…

Ogni giorno la numerosa famiglia si alzava presto perché bisognava andare al Lido. Si doveva prendere il vaporetto e la strada era lunga, da Fondamenta nove agli Schiavoni. Però ne valeva la pena, per diversi motivi: primo, ai bagni non avevamo una tenda, ma una casa. Secondo si andava in calesse, perché al Lido o prendi i mezzi pubblici (disdegnati da mio padre, una cosa che mi è rimasta per sempre: io non prendo mezzi pubblici). Terzo, io lì avevo la mia banda. Una decina di ragazzi, fra autoctoni, mezzi sangue (così chiamavano me e mia sorella, perché veneziani ormai esuli o nati a Milano) e foresti, turisti provenienti da varie parti dell’Italia del nord.

Io non ero il capo, ma la storia del sottomarino poteva farmi risalire in fretta la via gerarchica del gruppo. I nostri nemici erano i bambini tedeschi. Ci davamo un sacco di botte, soprattutto in occasione del passaggio dell’aereoplanino che lanciava canottini, palloni e gadget vari sulla folla che, assatanata, accorreva travolgendo tutto pur di prendere un trofeo. I tedeschi ci battevano in questo, perché più organizzati e numerosi: stavano perennemente al largo, pazienti, in attesa del passaggio di Pippo (così chiamava l’aereo la nonna, ricordando la versione inglese che passava durante la guerra su Venezia).

Un giorno annuncio a tutta la banda che sono in possesso dell’arma finale per battere i crucchi. “Ascoltate”, avevo detto a una combriccola di occhi neri e azzurri (tipici veneziani) a torso nudo vicino al bagnasciuga. “Mio padre mi ha regalato un sottomarino. Non un giocattolo, un sottomarino vero. E lo possiamo usare”.

Gli occhi multicolor si erano fatti più attenti e interrogativi: nessuna obiezione perché era plausibile che mio padre e, soprattutto mio nonno Gino, avessero i mezzi per regalarmi un sottomarino vero. Lo stanno costruendo all’Arsenale”. “Castronae”, cioè balle, aveva ribattuto il rosso, il più sveglio del gruppo. Nisun pol farse costruir un sotomarino all’Arsenal, xe zona militare”.

No caro rosso, avevo replicato: noi possiamo, perché il bisnonno ci entrava col suo di sottomarino quando c’erano gli austriaci. E avevo tirato fuori una foto in bianco e nero della prima guerra mondiale che ritraeva dei marinai vicini a un sommergibile, una foto posticcia trovata sull’enciclopedia dei ragazzi che avevo ritagliato (violando la consegna numero uno del nonno: i libri non si toccano!) e che avevo prontamente rivenduto come foto del bisnonno. Di fronte allo pseudo dagherrotipo ogni riserva, rosso in testa, era caduta nel dimenticatoio.

Il sommergibile, raccontavo, era nella fase finale della costruzione. Mancavano solo le zanzare metalliche. Mi ero inventato che una delle armi a disposizione era costituita da tante minuscole zanzare dotate di un motore a molla ricaricabile, che potevano essere lanciate da un portellone e attaccare il nemico alla bisogna, pungendolo con grandissimo dolore. Ognuno di noi avrebbe avuto la sua stanza, un compito e un grado. Il sommergibile si guidava come una bicicletta, e sarebbe stato consegnato a Lio Grando, sulla terra ferma di fronte a Venezia, dove mio zio Plinio teneva la sua barca.

Naturalmente, visto che ero già in grado di farlo funzionare e il papà mi aveva dato il permesso di usarlo, io sarei stato il comandante. Lo avremmo portato davanti ai bagni e avremmo attaccato i nemici mentre erano sui loro canottini da due, in attesa di raccogliere al largo i lanci di Pippo.

In spiaggia non esistevano più giochi, persino in mare, nelle lunghe corse per arrivare all’acqua alta (ci voleva un bel po’ al Lido, e poi c’erano molte secche dove ci divertivamo a riaffiorare) si parlava solo del mio sommergibile. E, nell’attesa di pilotarlo, quando sarebbe uscito dall’Arsenale, i dettagli delle sue mirabolanti capacità uscivano dalla mia mente a fiotti, arricchendosi giorno per giorno. Ce la godevamo un sacco. Ma il tempo passava e la curiosità, nel mio gruppo di cui ero ormai l’incontrastato capo, si stava trasformando a poco a poco in attesa nervosa e impaziente. Quando arriva il sottomarino? Questa domanda non mi faceva dormire.

La grande bugia mi aveva reso insonne. Nel mio letto osservavo, senza il consueto piacere, il soffitto a cassettoni della mia camera. I riflessi della laguna facevano intravedere la trama delle decorazioni floreali e dorate su quel soffitto altro più di sei metri, sentivo le gondole accarezzare le briccole, il rumore della mia laguna. Tutti suoni che di solito mi conciliavano il sonno, ma non era più così. Dovevo trovare una scusa, una storia per spiegare perché il sommergibile non sarebbe mai arrivato.

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3Commenti

  • maria luisa semi, 2 Aprile 2014 @ 08:33 Rispondi

    Bella anche questa.Ricordo che la mattina,prima delle 8 la mia fondamenta era una folla di persone che correvano alla motonave per il semplice motivo che prima di quel”ora il tragitto al Lido era gratuito.Poi portavano cibarie di ogni genere per il pranzo in spiaggia (dopo il quale le donne – ovviamente – lavavano i piatti negli appositi lavandini).Quanti ricordi fai affiorare !.Ma un piccolo appunto: “bricole” si scrive con una sola “c”.e non ,italianizzando,con due.Grazie per il pensiero

    • alessandro pellizzari, 2 Aprile 2014 @ 16:19 Rispondi

      Hai ragione, bricole non briccole. Ma sai, a casa mia i miei parlavano in veneziano fra di loro e con noi rigorosamente in italiano.

      Quindi capisco perfettamente il dialetto, ma il mio esilio a Milano ha corrotto la grammatica.

      Mi ricordo che la cosiddetta Capanna era una vera casa.

      Dentro c’era il fornellino a gas e una branda per le penniche. Poi la parte in legno con il tavolo per mangiare, il tutto facente parte della struttura principale

      Da lì, sulla sabbia, partiva una grande tenda con i lettini sotto.

      Siccome ero un bambino agitato, mi ricordo quella volta che mi sono lanciato dalla tavola dentro la capanna perché volevo atterrare sul lettino. Invece ho centrato con la schiena il bordo in legno della base della capanna, roba da rimanere paralizzato.

      L’angelo custode dei bambini agitati, invece, aveva guardato giù proprio in quel momento.

      Un caro saluto a te e a tutti i frequentatori del Lido di Venezia

  • Ariel, 6 Febbraio 2019 @ 10:57 Rispondi

    @Alessandro
    Che bellezza leggerti anche qui e qui soprattutto sai far vivere dentro chi ti legge ,mi sembrava di esserci là in ogni luogo o situazione qui da te scritto come soltanto tu sai fare così mirabilmente lo ripeto mi viene da scrivere questi aggettivi sostantivi verbi rivolti al tuo Scrivere :

    Intenso
    Emotivo
    Dipingi
    Immagini
    Sogno
    Analitico emozionale e altre cose aggettivi verbi sostantivi che tutti qui non ci stanno

    Ora che ti ho fatto questo elenco tipo arlecchino di tutto un po’
    Mi fai venire in mente Chagall

    Ecco sei il Chagall della scrittura!!!
    Finalmente ho trovato una qualche definizione di come scrivi

    Grazie !!!!

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