Rita in attesa di Nicolò, il notro primo figlio, ritratta da Paolo Lanz
Rita in attesa di Nicolò, il nostro primo figlio, ritratta da Paolo Lanz

La lunga marcia del nostro amore, dal momento in cui ci siamo conosciuti durante il mio viaggio di nozze, passando attraverso crisi e ripescaggi, gioie e disperazione, arriva al momento più bello per una coppia: avere un figlio. Con Rita avrò questa gioia per ben tre volte

Mi sposeresti? Lei mi guarda e mi dice: ci devo pensare. Fa qualche passo, poi si gira e mi dice: ci ho pensato. Questa è Rita, questi eravamo noi ben 12 anni fa.

La strada in discesa è cominciata così, 13 anni prima di dirmi sì per il matrimonio, dopo una storia che parte dal mio incontro con la bella animatrice del villaggio vacanze durante il viaggio di nozze (leggi qui la prima puntata), per passare attraverso anni di travagliato amore, fino all’epilogo felice.

Pur avendone già uno alle spalle, del matrimonio ho sempre pensato che non è l’istituzione che non funziona, ma le persone. Soprattutto chi, come me, si era innamorato ancora liceale, troppo presto per dedicare la propria vita a una sola persona e per convivere, come ha sempre predicato saggiamente e inascoltato il mio amico fraterno Francesco. Ma questa è statistica dell’ovvietà, e io credo nel Karma. Quel Karma che mi ha fatto incontrare Rita dall’altro capo del mondo, in un momento di felicità e con la testa lontano mille miglia dalle donne e dalle dinamiche del cucco.

Insomma, lei mi aveva finalmente detto di sì. Sul lavoro era in ascesa e contenta, e quindi si poteva programmare tutto: dal matrimonio a… un figlio. Su questo fronte avevamo due profili: io ne ho sempre desiderati tanti (mia madre, strega bianca – leggi qui – a 18 anni me ne aveva predetti tre, e così è stato). Lei non aveva mai pensato di diventare madre, anzi, era convinta di non esserci “portata”. Ma adesso era possibilista, senza fretta e senza angoscia: è l’amore, l’amore vuole i figli. Eravamo però d’accordo su una cosa: se non vengono pazienza, certo non ci metteremo a brigare in tutti i modi per averli. Semplicemente… faremo più viaggi.

E così, senza pensarci troppo, all’alba dei 34 anni di Rita e dei miei 40, si era aperto il cantiere fabbrica pupi e la pianificazione per il matrimonio a Cortona, un altro posto che segnerà la nostra vita (leggi qui). Lì ci sposeremo, con Rita in attesa al sesto mese di Nicolò e il pancione nascosto dall’abito rosso estintore da sposa.

Il 28 novembre per noi è una data importante: è stata la nostra prima volta (leggi qui), e la festeggiavamo sempre, andando a mangiare nel nostro ristorante preferito, allora i Valtellina a Milano. Facevamo un gioco a tavola: ognuno aveva una domanda, e doveva indovinare il regalo che l’altro aveva preparato. Rita mi beccava sempre, anche perché il campo in cui spaziare per lei non era molto vasto: si chiama gioielleria.

Siamo quasi al dolce ed è il momento di iniziare il gioco: niente domande questa volta, mi dice lei, e mi allunga un pacchettino. E’ strana, ha una luce negli occhi che non le avevo mai visto, sento che c’è qualcosa di speciale nell’aria.

Apro e vedo due babbucce bianche da neonato. Mi si azzerano i neuroni. La guardo a bocca aperta: sì amore, sono incinta, mi sussurra toccandomi la mano, stringendomela. Quando un uomo che ama la propria donna e che non ha fatto il comune, terribile, orrendo errore di cercare un figlio per sistemare un rapporto traballante, si sente dire questa frase e, nel contempo, vede la prima cosa da neonato che gli sia mai interessata nella vita, succede una cosa strana…

L’uomo IMPLODE EMOTIVAMENTE. Nella testa parte un vortice che ha insieme questi elementi: gioia, pianto, paura, felicità. Io non ho profferito verbo, sono letteralmente imploso. E’ come quando cadi per terra di schiena e il colpo ti fa mancare l’aria e non riesci a parlare, vuoi urlare ma non ci riesci. Solo che qui sei sopraffatto dallo stupore e dalla gioia. E, per me, dalla paura del futuro: ora sei davvero responsabile non più solo di te stesso, mai più lo sarai.

Ci ho messo un po’ a riprendermi ma in quel momento, se già l’amavo perdutamente, non so come, scopri che puoi amare ancora di più una donna, perché non è più solo la TUA donna, ma diventa la MADRE di tuo figlio. Puoi amarla oltre l’amore possibile.
Tu e lei, avete dato la vita a chi, nei gesti, nel Dna, nel futuro, sarà un pezzo di voi, sarà il vostro futuro. In un attimo, quindi, passi dallo stato di uomo normale alla consapevolezza di essere padre. Un misto fra senso della divinità e certezza di essere entrato in un altro mondo.

Rita è stata sempre una donna eccezionale, ma anche in questo frangente mi ha stupito, ancora di più. Il test era giorni che lo aveva fatto, eppure era stata in grado di tenere il segreto con tutti, e resistere per farmi il più bel regalo del nostro anniversario. Incredibile, impagabile donna: questa del codice del silenzio non è una prova da tutti. Pensate che in quei giorni, aveva addirittura fatto finta di fumare, non aspirando, simulando la sua solita sigaretta pausa per non insospettirmi.

Così è iniziata la MIA gravidanza. Sì, avete letto bene, la mia. Perché se lei ha preso 20 chili (vedi foto: poi li perde sempre e torna in forma… metabolismo…) e l’ha vissuta in modo splendido, la gravida ero io. Ne sa qualcosa il mio amico e nostro ginecologo Enrico Semprini, che ha dovuto assistere me di più che la signora.

Semprini: anche lui fa parte del nostro karma. Per chi non lo conoscesse (qui scoprirete chi è) Semprini è considerato il guru delle gravidanze difficili, dell’infertilità, dei parti cesarei dopo i 40 anni. Insomma, uno che fa nascere bambini nei casi più difficili. Noi eravamo esattamente il contrario del suo paziente tipo: fertilissimi (lui dice ancora oggi che devo stare attento perché basta che appoggi i pantaloni sul letto per avere il quarto figlio), niente cesareo, nessun problema.

Bene, lui e Claudio Castagna, altro amico e insigne ecografista, hanno dovuto subire, da parte mia e nell’ordine:
1. una presenza costante di domande e dubbi aggravata non solo dall’ansia di un padre apprensivo, ma anche dalla competenza micragnosa di un giornalista esperto in medicina, un mix letale per un povero medico curante.
2. Quella specie di svenimento che mi veniva a ogni ecografia, quando Claudio Castagna diceva, dopo aver recitato i reni ci sono gli occhi ci sono il cuore è sano, TUTTO BENE. Io, ogni volta, arrivavo a casa e andavo a dormire. Rita, invece, serenissima, andava al lavoro (ci è stata fino all’ottavo mese, è tornata alla fine del sesto del bambino ed è stata anche promossa incinta, caso più unico che raro in una multinazionale delle pubbliche relazioni).
3. La discussione infinita sull’amniocentesi, e dovermi sorreggere nel momento in cui ho visto quell’ago penetrare nel Santuario di mio figlio il quale, denunciando la sua già imberbe tendenza alla scoperta, lo ha toccato. No, non sono svenuto, ma peggio: ero catatonico.
4. Cercare di convincermi che fare sesso in gravidanza è bello e non è pericoloso. Niente da fare. Nel momento in cui avevo saputo che Rita era diventata la madre di mio figlio mi ero all’istante trasformato da maniaco sessuale del “facciamolo” ancora in asceta totale. Quella pancia era un santuario, e ci vedevo come il Beato Angelico, io in preghiera adorante in ginocchio davanti a lei, Madonna sacra e inviolabile. Peccato che a Rita la voglia di fare sesso fosse invece raddoppiata, il che vuol dire, per una come lei, passare dalla Ferrari che era a uno Shuttle della Nasa, come potenza espressa. Sì, scappavo e mi nascondevo per sottrarmi, ma venivo spesso beccato e costretto a fare il mio dovere.
5. Non ridete. Quando il giorno del parto sono entrato nella clinica La Madonnina di Milano ho urlato nella hall: SONO UNA PAZIENTE del dottor Semprini. Io ero la paziente, e ringrazio, ancora oggi, mia moglie che ha avuto l’idea di farci prendere un taxi quella mattina dell’uno agosto 2002, perché già ero in tilt per guidare e per il parcheggio. Sapete, nelle mie condizioni…

L’ecografia che ha rivelato il sesso di mio figlio merita un discorso a parte. Io volevo e ho sempre desiderato una bambina, per Rita invece sono i maschi il tormentone. Quando Claudio Castagna ci ha fatto notare i gioielli di Nicolò, non ci sono rimasto male, certo, ma un minimo di uhm l’ho provato. Io volevo una bambina identica a mia moglie, fisicamente e caratterialmente… Mia madre mi aveva rassicurato: l’avrai e si chiamerà Rebecca. Ho dovuto aspettare 12 anni e i miei 50 per avere Rebecca, come terzo figlio.

Nicolò è stato concepito a Cortona, dove avevamo deciso di sposarci e dove ci rifugiavamo da amanti per vivere una vita “normale”, alla luce del sole. Nicolò è il primo e secondo nome dei primogeniti maschi della mia famiglia, una tradizione che risale al ‘400. Nicolò è il mio primogenito, il mio orgoglio, la mia vita. Insieme ai suoi fratelli, certo, ma il primo è il primo. E mi sono accorto che, in fondo, il mio backround patriarcale Veneziano mi faceva godere pensando al primo come maschio. La si pensava ancora così nel 2002: il top è stato quando il mio barbiere, sentendo per la prima volta il sesso del nascituro, mi ha detto BRAVO!

Il parto è stato il nostro parto, non il suo. Le stavo di fianco, senza fare nulla se non farmi triturare la mano che lei stringeva in una morsa dolorosissima a ogni spinta. Mi sono accorto che spingevo anch’io. Sono stati i 40 minuti più lunghi della mia vita.

Poi è nato Nicolò. Rosso di capelli come mia madre (oggi è castano chiaro), occhi blu (diventeranno grigi cangianti, come quelli di mio padre e di mia suocera), bello e urlante.

Ecco l’altra implosione. Tu, lei, avete dato la Vita. Il pianto che ti si rompe in gola, le lacrime che ti annebbiano la vista, i denti stampati in un sorriso ebete e frignante: certo, in quel momento capisci cosa significa essere Dio. E che Dio, non c’è dubbio di fronte a un neonato, esiste.

Per questo dico sempre ai futuri padri: non rinunciate al privilegio, unico e spesso irripetibile, di assistere alla nascita di vostro figlio. Vincete paura, timori, avversione per il sangue (visto davvero poco, in tre figli) e assistete al miracolo della nascita dedicato, in quel momento, solo a voi.

Assistere al parto serve anche a un’altra cosa importante, cari uomini: a capire chi conta davvero nella coppia, chi è davvero l’essere superiore, capace di creare e reagire al dolore fisico più profondo e intollerabile che mai un uomo potrà mai sopportare: lei, la Donna, la Madre. Ecco perché le donne sono superiori a noi, basta vedere una volta questa scena, viverla. Basta solo questo.

Poi prendo Nicolò in braccio: la prima volta che prendi in braccio tuo figlio hai questa percezione di fragilità, di peso leggero e pesante insieme, sembra di avere in mano il diamante più prezioso, ma anche il più fragile.

Gli ho fatto il bagnetto e, di fronte a tutta la nursery convenuta allo spettacolo di “questo è un figlio di Semprini” ho esclamato, pensando a quanto visto: Nicolò, che culo essere uomini!

Prossima puntata? Il matrimonio a Cortona, detto anche il matrimonio weekend più fotografato dai giapponesi.

Stay in love

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12Commenti

  • Rita, 26 Gennaio 2015 @ 14:52 Rispondi

    che suono meraviglioso le tue parole

    • alessandro pellizzari, 26 Gennaio 2015 @ 18:44 Rispondi

      Grazie!

  • Marta, 26 Gennaio 2015 @ 16:40 Rispondi

    Mi è scesa una lacrima… anche io ho avuto mio figlio a 34 anni, anche mio marito ha assistito al parto nonostante varie “paure”… e quando è venuto al mondo il nostro “rospetto”, è stata la prima ed unica volta che l’ho visto in lacrime…

    • alessandro pellizzari, 26 Gennaio 2015 @ 16:41 Rispondi

      Magnifici momenti . Sono pazzi gli uomini che rinunciano a quell momento

  • lucia, 26 Gennaio 2015 @ 18:01 Rispondi

    Ma dai! Che bello. Sono a letto con la febbre, ho sentito “drin” del cellulare che mi avvisa dell’arrivo di una mail. “Lo leggerò dopo” Poi ci ripenso “Potrebbe essere mio figlio”.No non è Paolo è – Un nuovo articolo di Alessandro Nicolò Pellizzari – (adesso scrivo per bene anche il secondo nome visto quanto è importante). Invece della Tachipirina leggo la parte 12 della storia, la febbre è rimasta, ma che meraviglia sentire tanta partecipazione ad un evento tanto magico. Un abbraccio

    • alessandro pellizzari, 26 Gennaio 2015 @ 18:12 Rispondi

      che bei complimenti. davvero belli

  • Francesca Succi (@Francescaglossy), 27 Gennaio 2015 @ 03:26 Rispondi

    Mi sono emozionata!
    (senza parole)

    • alessandro pellizzari, 27 Gennaio 2015 @ 08:28 Rispondi

      Vi ringrazio tutti per le belle parole! Grazie!

  • Gustavo Capella, 27 Gennaio 2015 @ 13:59 Rispondi

    Io ho pianto, un pianto non confrontabile con nessun altro pianto della mia vita.
    É l’unico vero miracolo a cui ci é permesso assistere.

    • alessandro pellizzari, 27 Gennaio 2015 @ 14:04 Rispondi

      Il miracolo della vita. E delle donne

  • Barbara, 28 Gennaio 2015 @ 12:57 Rispondi

    mi hai commosso, davvero. grazie.

    • alessandro pellizzari, 28 Gennaio 2015 @ 12:58 Rispondi

      Grazie a te

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