Rita quando faceva l'animatrice alle Maldive nei Club
Rita quando faceva l’animatrice alle Maldive nei Club

Continua la storia con Rita, l’animatrice conosciuta 2 anni prima durante il mio viaggio di nozze alle Maldive. Dopo essermi innamorato si innamora anche lei. Ma, di fronte alla prospettiva di una convivenza, io mi rimangio tutto. Inizia un tira e molla che ci porterà fino a Cuba. Dove…

Miei pazienti lettori, eravamo rimasti a come io e Rita, dopo esserci lasciati “definitivamente” per due volte (leggi qui) riprendiamo a vederci a Milano. Io sono sempre fuori da casa mia e vivo con i genitori.

Le cose vanno bene tra me e Rita, anche se nell’aria aleggia sempre questa mia indecisione sulla vita in comune. Lei ha ancora impressa nella mente la scena della mia fuga dalla casa dove dovevamo andare ad abitare insieme e, in un patto silente, non affrontiamo l’argomento. Stiamo insieme, benissimo, ma io sono ancora diviso a metà, fra lei e l’altra, con la quale non ho ancora rotto definitivamente, nonostante la separazione di fatto.

Il gioco si rifà duro quando arriva l’estate. Se ascoltassi il cuore passerei tutta l’estate con Rita. Ma non me la sento di non provare a fare un’ultima vacanza con l’altra, un classico errore delle coppie in crisi, che credono che le vacanze siano il momento in cui, lontani dai problemi quotidiani, tutto si aggiusta. E’ vero, spesso, spessissimo, il contrario (Leggi qui come la coppia scoppia in vacanza).

Dunque decido: farò le vacanze divise in due, e solo in parte con Rita. La quale, giustamente, con grande calma e fermezza mi dice: sai qual è la novità? Io parto da sola. Siamo d’accapo, sempre per colpa mia e di quella zona “razionale” e superconservatrice che segue ragionamenti di comodità, similmediazione, tirare a campare.

Lo so care lettrici, fa quasi schifo che un uomo possa arrivare a queste vette di egoismo e di tentennamento, soprattutto nel mio caso, uomo da sempre tutto d’un pezzo, del o nero o bianco, decisionista e sicuro di sé. Un disastro di uomo, come molti. Unica attenuante: non avevo ancora 35 anni, ma è davvero traballante come attenuante.

Ma torniamo alle mie vacanze. Da una parte, la mia prima vita, vanno come al solito. All’inizio “tengono”, poi saltano fuori le magagne. Ormai è una storia segnata, per quanto io non lo voglia capire. Nel frattempo con Rita avevo mantenuto i soliti rapporti telefonici, con più difficoltà: la sentivo sempre presente ma anche stanca. Stanca dei miei tira e molla infiniti.

Lei sta partendo e non vuole dirmi dove va. Attraverso amiche compiacenti riesco a saperlo: va in un club a fare l’animatrice per due settimane, a Cuba. Riesco ad avere le coordinate e a chiamarla prima che parta; ti raggiungo, le dico. E lei: non garantisco la mia presenza al tuo arrivo. Con la morte nel cuore ma una fifa di perderla per sempre mi organizzo all’ultimo momento.

O meglio, organizza una mia amica che mi accompagnerà. Dobbiamo raggiungere Varadero, per me una località totalmente sconosciuta e sono agitatissimo. Agitato perché ho paura di perdere Rita, perché odio i regimi dittatoriali come quello cubano, supero tutto e parto. L’amica mi tranquillizza: abbiamo addirittura la business. Questo mi piace ma ho fretta di “salvare” Rita da uomini nerboruti e piacenti.

Atterriamo a Ciego de Avila. Un deserto con due Tupolev sovietici vicini all’autoesplosione e una hall degli arrivi che sembra una stanza interrogatori del kgb, completa di un divano per gli ospiti crivellato da un kalashnikov. Io credevo che Ciego de Avila fosse il JFK dell’Avana, ma scopro lì che Varadero è a 5 ore di auto, cioè dall’altra parte dell’isola. Mi infurio con la mia amica poco organizzatrice (ci credo che eravamo in business) e cerchiamo un mezzo per raggiungere Rita.

Troviamo un taxi che, per la modica somma di 400 dollari inizia a farci fare un viaggio infernale che dura fino a tarda notte. Viaggiamo per strade sconnesse con condor spiaccicati per terra, sfiorati da macchine dell’era glaciale, attraversando favelas con le fogne a cielo aperto. L’amica, maledetta, dorme per tutto il viaggio, io sono sveglio come se volessi spingere la carretta che ci trasposta più veloce col pensiero. Mi sento Mel Gobson in Mad Max, il primo però.

Dopo un infinito tempo arriviamo a destinazione. Il villaggio è una sorta di albergo gestito da italiani. Chi lo gestisce si para davanti a me: lo riconosco dalle descrizioni di Rita. Mi dice che Rita non c’è: non gli credo neanche per un secondo, lo schiaccio (è alto un metro e 50), passo sopra il suo cadavere, abbandono i bagagli all’amica grande organizzatrice ed entro come Bruce Lee in L’urlo di Chen terrorizza ANCHE l’occidente nell’albergo.

Sono un lupo affamato con un’unica preda: so che ci sei. La vedo! Bellissima, abbronzata, seduta al bar, elegantissima in un abito nero scollato. Ha un po’ di eritema sulla scollatura, ma amo anche i brufoletti. Ci baciamo e andiamo in camera: una suite meravigliosa sul mare, in questo posto dove un italiano ha osato mettere, in un paese comunista, la scritta proprietà privata sulla spiaggia con tanto di guardie.

Passiamo la notte svegli. Tutti i cattivi pensieri e i guai sono spariti. Siamo in vacanza insieme, in uno dei posti più belli del mondo. Lei lavora lì per modo di dire, aiuta un po’ l’animazione, quindi siamo sempre insieme. Scopro che Varadero è il posto dove le Cubane, bellissime ragazze, diventano le “fidanzate” degli italiani più brutti del mondo per una settimana. Io sono l’unico sull’isola che ha raggiunto la fidanzata italiana, un po’ come andare all’Oktober fest portandosi la birra. Conosco un napoletano che è convinto di aver fatto innamorare una tipa che sembra Bo Derek e che gli ha fatto una collana di succhiotti intorno al collo. Evito di rimarcare che le ragazze si rifanno, grazie ai generosi fidanzati, guardaroba, mangiano e si lavano in albergo (nel nostro però non potevano entrare) per una settimana e, all’aereoporto, passano dalle partenze immerse nelle lacrime agli arrivi tutte festanti tipo Aloha.

La settimana è una delle più belle che ricordi. Acqua cristallina a 35 gradi di notte, bagni notturni e non solo bagni, bar aperto tutta la notte, tavole ricche di gamberoni e aragoste a costo quasi zero, discoteche galleggianti su antichi galeoni che navigano nella baia. Il paradiso, per due innamorati. Io e Rita siamo finalmente felici.

Ma è tempo di tornare in Italia. Lei mi dice: quando torno facciamo le cose sul serio però! Io giuro e spergiuro di sì. Arrivo a Milano, per fortuna partendo dall’aereoporto dell’Avana. La città è cupa e, nonostate ciò che ho vissuto e provato nella più bella settimana della mia vita, sento Mister Hide che mi sussurra: ma sei sicuro? Sei sicuro? Più che Hide sembra Sir Lawrence Olivier dentista nazista che tortura Hoffman per sapere dove sono i suoi diamanti in Il Maratoneta. E’ sicuro?

No, non ero sicuro. Ero già insicuro. Nonostante l’amore, la passione e la felicità passata. Così, quando Rita torna e mi telefona e mi chiede, sei sicuro, rispondo di no. E’ la fine

Nella prossima puntata scoprirete come vengo lasciato definitivamente da Rita, l’animatrice conosciuta due anni prima durante il mio viaggio di nozze. In lei è scattato un meccanismo di ripulsa nei miei confronti. Io, finalmente capisco cosa devo e voglio fare. Ma forse è troppo tardi? Per saperlo devo partecipare a “Stranamore”. Leggi qui.

Stay tuned, stay foolish

chi non ha letto le puntate precedenti può parte leggendo dalla prima, qui

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4Commenti

  • » Ho conosciuto mia moglie in viaggio di nozze: un estenuante tira e molla . Puntata 7 Alessandro Nicolò Pellizzari, 27 Dicembre 2014 @ 13:19 Rispondi

    […] prossima puntata leggerete (vai qui) come raggiungerò in maniera rocambolesca Rita a Cuba, dove avremo una sorta di viaggio di nozze. […]

  • Alberta Ferrari, 27 Dicembre 2014 @ 18:47 Rispondi

    Avrei una riflessione forse un po’ in controtendenza. “fa quasi schifo che un uomo possa arrivare a queste vette di egoismo e di tentennamento”: no, non la penso così. Credo che qualunque donna debba avere al suo fianco un uomo “risolto”. Che non rimpianga nulla, quindi se ha un passato da cui distaccarsi ci vuole un tempo interiore che non si può decidere “razionamente”. Quindi al contrario non chiamerei razionali le forze che paralizzano: è l’inconscio che non è pronto non è maturo, non sa. Per questo, ovvero per la necessità di un adeguato tempo di separazione, i rapporti tra persone legati ad altri/e sono particolarmente travagliati e non è detto che vadano in una direzione. Anche se scoppia vero innamoramento, il legame precedente può essere così forte da sabotare il nuovo. Trovo interessante il racconto del dilemma di ben 4 anni raccontato in modo sincero da un uomo, evento davvero raro che aiuta a capire che dinamiche entrano in gioco. Prova ad approfondire di più questo aspetto Alessandro. Sposato ma con una realtà sentimentale abbastanza chiara già dopo un anno verso la nuova donna, non hai figli né altri “impedimenti” per giocarti di nuovo la vita, sei giovane. Eppure ci metti 4 anni. Perché ci vuole così tanto? Non sono interessanti le autoaccuse di vigliaccheria/egoismo, il punto è capire: cosa fa così paura nel cambiamento anche quando si prospetta sotto i migliori auspici? Dal punto di vista di chi “aspetta”, d’altra parte, è bene non forzare i tempi ma nemmeno subirli passivamente. Senza ricatti, in una persona sana scatta ad un certo punto un’avversione per chi la iene in scacco e la necessità di tornare a vivere mollando l’irrisolto al suo destino. In queste dolorose quanto necessarie dinamiche, talvolta si arriva ad un approdo di coppia. Non credo ci sia modo di evitarlo (salvo evitare accuratamente le persone non single, separate, vedove).

    • alessandro pellizzari, 27 Dicembre 2014 @ 21:02 Rispondi

      Interessante la tua disamina Alberta. In realtà 5 anni (la storia non è finita) sono troppi anche per chi può essere disposta ad aspettare l’uomo forse della vita.

      No, si tratta proprio di vigliaccheria. Paura Di lasciare il noto per l’ignoto, anche per un esploratore come me.

      Arrivare a vette di piacere e sentimento per poi abiurare tutto.

      No, è solo egoismo e mancanza di palle, altro che irrisolto. È come l’uomo che desidera un figlio e poi si mette a tavolino a fare i conti: non gli converrà mai.

      Mettersi a tavolino è vigliaccheria. Nella vita ti troverai sempre di fronte a un baratro e la scelta di rischiare e saltare, o rimanere lì, fermo, sicuro, ma senza prospettive.

      Una vita mediocre ma sicura, come quella di Daniel Day Lewis nell’Età dell’innocenza. Una scelta che pagherà con la condanna del rimpianto a vita. No, un uomo deve decidere, a un certo punto. Se non decide, è un vigliacco, se è davvero innamorato.

      Ne conosco tanti. Ma conosco anche quelli che hanno fatto il salto.

      Per questo non sono d’accordo con chi dice “mai con uno sposato”: non esiterebbero secondi matrimoni. O quasi.

  • » #Hoconosciutomiamoglieinviaggiodinozze: il mio “Stranamore” per riconquistarla – parte 10 Alessandro Nicolò Pellizzari, 10 Gennaio 2015 @ 13:14 Rispondi

    […] della nostra vita, anche se Cuba era stata meravigliosa, nonostante l’epilogo tragico (leggi qui). A La Roquebrune facciamo l’amore davanti a una vista mozzafiato. Lei si addormenta e io la […]

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