Tutto accadde sul Bateaux Mouche
Tutto accadde sul Bateaux Mouche

Ho conosciuto mia moglie in un villaggio delle Maldive. All’epoca io ero in viaggio di nozze ma da quel giorno la mia vita è cambiata. Chi ha seguito le vicende attraverso tutte le 13 puntate (la prima la trovi qui) deve sapere che siamo nel 2004. Siamo sposati da due anni e siamo a Parigi.

No, non viviamo a Parigi purtroppo, siamo in trasferta per il mio lavoro. E’ primavera, ricordo l’albergo davanti al Roland Garros, stipato di gente perché si giocava il grande torneo. Rita non si era fatta pregare troppo per accompagnarmi, visto che l’ospite era un comune amico.

Nicolò, il nostro primogenito, aveva superato l’anno e i nonni ce lo tenevano volentieri (ogni tanto). Vivevamo felici: dopo tutte le peripezie da amanti e miei tira e molla, dopo essermi inginocchiato in Piazza delle Erbe a Verona (leggi qui) per chiedere perdono e dopo il matrimonio weekend (leggi qui) ci stavamo godendo una vita coniugale a dir poco meravigliosa. Pensavamo anche a un secondo figlio.

Io non ero tanto per la quale. Dopo aver vissuto in modo così partecipato (troppo: leggi qui) la nascita e soprattutto l’attesa di Nicolò, non mi pareva vero di godermi il mio bambino senza altri azzardi (sì, per me il parto è un azzardo, checché ne dica il mio amico e autorevole ginecologo Enrico Semprini, secondo il quale la gravidanza non è una malattia).

Dicevo: Nicolò è perfetto. Bello, intelligente… Fermiamoci. Ma scherzi, ribatteva mia moglie. Che triste essere soli. Lei in effetti ha due sorelle e due fratelli, e forse aveva ragione (non tanto poi in età adulta: i suoi fratelli non sono neanche lontanamente amici suoi, figuariamoci parlare di sangue e di parentela…). Io ho una sorella, Carlotta, con cui sono andato malissimo (per colpa mia) da piccoli e benissimo da grandi. Ok, dico, proviamo.

Tanto, ora che rimane incinta, ci vorrà un po’. Con Nicolò abbiamo dovuto aspettare sei mesi, li avremo no sei mesi? Dunque il cantiere era aperto ufficialmente, ma come al solito, senza pensarci troppo: o va o non va.

Ridevamo perché io pigliavo in giro Rita dicendole: questa volta però non mi freghi. Voglio proprio vedere come farai a sorprendermi con l’eventuale notizia, mica è il primo! Sottovalutavo la mente diabolica di mia moglie.

Dunque siamo a Parigi. Lavoro tollerabile, molta vacanza. Facciamo gli sposini. Io avevo insistito perché mi prenotassero il Bateaux mouches, fra l’ilarità del nostro amico ospite. Ma come, mi diceva: vai in mezzo ai russi a fare la cosa più turistica che si può fare a Parigi? Sarà turistica, ribattevo, ma è molto romantica. Lui insisteva in modo quasi sospetto con questa storia del Bateaux mouches, a un certo punto mi era anche venuta voglia di mandarlo a cagare.

Poi arriva il momento dell’imbarco. Un tavolo bellissimo, a prua, ampio spazio, la Senna, altri battelli carichi di sposi che festeggiavano, lenzuola sulla Rive Gauche a mo di tovaglie per gruppi di studenti che improvvisavano cene all’aperto. Sembrava di essere in un dipinto impressionista.

E si mangiava e beveva da dio, altro che turistico (anche per il prezzo, devo dire). A servirci il maitre, che sembrava Gianduia Vettorello, il famoso personaggio di Teo Teocoli.

Il maitre sembrava Vettorello
Il maitre sembrava Vettorello

Mi scappava da ridere ogni volta che arrivava. Al tramonto, lo spettacolo di Parigi era ed è unico, figuriamoci vissuto dall’acqua, mio elemento come Veneziano e segno pescino. Rita è bellissima, radiosa, si sta godendo la sua solita sigaretta (sì, aveva ripreso a fumare dopo l’allattamento).

A un certo punto si palesa Vettorello con una busta in mano per me. E’ in carta intestata dell’albergo mega dove dormiamo, e ha qualcosa di ufficiale. Io la apro: carta intestata dell’ospite e lettere stampate grandi in corsivo con una frase.

Egregio dottor Pellizzari, siamo lieti di comunicarle che siamo in quattro.

Io guardo Vettorello, guardo Rita e scoppio a ridere: vedi, esclamo, quello scemo del nostro amico tanto aveva da ridire sul Bateux Mouches che adesso è di là in un altro tavolo con altri tre del gruppo!

Pausa

Rita: ma no amore, siamo in quattro perché aspetto il tuo secondo figlio!

Mascella che cade sul tavolo, Vettorello che si sposta strategicamente per lasciare che il fotografo immortali immantinenti la scena, Rita che mi spegne la sigaretta sul braccio (e io non sento nulla) e mi abbraccia…

Per la seconda volta entravo in un sogno. Per la seconda volta quella strana implosione fra gioia e timore che l’uomo sente quando diventa padre. Quella visione di lei che si trasforma, in un istante, da moglie e amante a Annunciazione intoccabile.

Balbetto. Ma amore… fu fu fumare ti fa male! E lei: sono tre giorni che faccio finta, da quando lo stick ha detto che ero incinta.

Rita, mi hai fregato per la seconda volta. E questa volta ci hai messo solo tre mesi dal cantiere aperto. Siamo di nuovo in ballo con biberon e pannolini, e Nicolò non ha neanche due anni. Ma mi hai reso ancora una volta l’uomo più felice del mondo.

Amici, alla prossima puntata, quella della bottiglia…

Sincerely yours

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