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Sono le bugie a farti rimanere con lui

Perché ti sei messa con lui anche se era sposato? Perché lui ti ha descritto il suo matrimonio come fallito, decotto, irrecuperabile. E lui ti piaceva tanto. Ti sei detta una bugia anche tu: credici, ti sei detta.

Perché quando hai capito che il matrimonio non era finito e che lui doveva stare, per esempio, tutte le feste e ferie comandate con lei e non con te… perché non hai troncato? Perché lui ti ha chiesto tempo, perché è complicato, non si può fare subito e anche se è passato un anno devo avere pazienza che lo farà. E tu hai metabolizzato queste mezze bugie e mezzi sogni e hai aspettato.

Perché quando lui è andato in Polinesia con lei non lo hai lasciato?
Lui ti aveva detto che il era un matrimonio fantoccio eppure questo legane inesistente parte per un viaggio da sogno e poi ti devi sorbire le foto di lei sui social con le noci di cocco (del marito?). Eppure quando è tornato ti ha detto che il viaggio era l’ultimo e che le foto sono il modo della moglie di mostrare una facciata famiglia Felice agli altri. Altra bugia bevuta

Perché i vostri appuntamenti ultimamente saltano? Non sei stufa di tutte queste bugie sulle riunioni, gli incidenti imprevedibili, gli imprevisti?

E quando il tuo tempo sarà scaduto e tu gli dirai non farti vedere o sentire finché non porti dei fatti inequivocabili sarai lì a chiederti se quello che ti ha detto…
1 non hai avuto pazienza hai spinto troppo
2 ti amo ma devo restare con lei
3 ti richiamo sempre perché non ne posso fare a meno
4 restiamo almeno amici

…dopo anche queste bugie o mezze bugie ti chiederai ancora una volta: starà dicendo la verità?

Ma di quante bugie ha bisogno un’amante per vedere la verità è giudicare dai fatti e non dalle tante, troppe bugie?

A volte troppe. Ma in fondo lui che vuole? Solo una moglie e un’amante. Insieme. E quando non ci sarai tu avanti un’altra?

Scappa subito: non è mai troppo tardi per rifarsi una vita

Sincerely yours

Il #sommergibile, la mia più grande #bugia

Un altro racconto sulla mia infanzia a Venezia, liberamente tratto da ciò che accadde davvero, o quasi…

Ogni giorno la numerosa famiglia si alzava presto perché bisognava andare al Lido. Si doveva prendere il vaporetto e la strada era lunga, da Fondamenta nove agli Schiavoni. Però ne valeva la pena, per diversi motivi: primo, ai bagni non avevamo una tenda, ma una casa. Secondo si andava in calesse, perché al Lido o prendi i mezzi pubblici (disdegnati da mio padre, una cosa che mi è rimasta per sempre: io non prendo mezzi pubblici). Terzo, io lì avevo la mia banda. Una decina di ragazzi, fra autoctoni, mezzi sangue (così chiamavano me e mia sorella, perché veneziani ormai esuli o nati a Milano) e foresti, turisti provenienti da varie parti dell’Italia del nord.

Io non ero il capo, ma la storia del sottomarino poteva farmi risalire in fretta la via gerarchica del gruppo. I nostri nemici erano i bambini tedeschi. Ci davamo un sacco di botte, soprattutto in occasione del passaggio dell’aereoplanino che lanciava canottini, palloni e gadget vari sulla folla che, assatanata, accorreva travolgendo tutto pur di prendere un trofeo. I tedeschi ci battevano in questo, perché più organizzati e numerosi: stavano perennemente al largo, pazienti, in attesa del passaggio di Pippo (così chiamava l’aereo la nonna, ricordando la versione inglese che passava durante la guerra su Venezia).

Un giorno annuncio a tutta la banda che sono in possesso dell’arma finale per battere i crucchi. “Ascoltate”, avevo detto a una combriccola di occhi neri e azzurri (tipici veneziani) a torso nudo vicino al bagnasciuga. “Mio padre mi ha regalato un sottomarino. Non un giocattolo, un sottomarino vero. E lo possiamo usare”.

Gli occhi multicolor si erano fatti più attenti e interrogativi: nessuna obiezione perché era plausibile che mio padre e, soprattutto mio nonno Gino, avessero i mezzi per regalarmi un sottomarino vero. Lo stanno costruendo all’Arsenale”. “Castronae”, cioè balle, aveva ribattuto il rosso, il più sveglio del gruppo. Nisun pol farse costruir un sotomarino all’Arsenal, xe zona militare”.

No caro rosso, avevo replicato: noi possiamo, perché il bisnonno ci entrava col suo di sottomarino quando c’erano gli austriaci. E avevo tirato fuori una foto in bianco e nero della prima guerra mondiale che ritraeva dei marinai vicini a un sommergibile, una foto posticcia trovata sull’enciclopedia dei ragazzi che avevo ritagliato (violando la consegna numero uno del nonno: i libri non si toccano!) e che avevo prontamente rivenduto come foto del bisnonno. Di fronte allo pseudo dagherrotipo ogni riserva, rosso in testa, era caduta nel dimenticatoio.

Il sommergibile, raccontavo, era nella fase finale della costruzione. Mancavano solo le zanzare metalliche. Mi ero inventato che una delle armi a disposizione era costituita da tante minuscole zanzare dotate di un motore a molla ricaricabile, che potevano essere lanciate da un portellone e attaccare il nemico alla bisogna, pungendolo con grandissimo dolore. Ognuno di noi avrebbe avuto la sua stanza, un compito e un grado. Il sommergibile si guidava come una bicicletta, e sarebbe stato consegnato a Lio Grando, sulla terra ferma di fronte a Venezia, dove mio zio Plinio teneva la sua barca.

Naturalmente, visto che ero già in grado di farlo funzionare e il papà mi aveva dato il permesso di usarlo, io sarei stato il comandante. Lo avremmo portato davanti ai bagni e avremmo attaccato i nemici mentre erano sui loro canottini da due, in attesa di raccogliere al largo i lanci di Pippo.

In spiaggia non esistevano più giochi, persino in mare, nelle lunghe corse per arrivare all’acqua alta (ci voleva un bel po’ al Lido, e poi c’erano molte secche dove ci divertivamo a riaffiorare) si parlava solo del mio sommergibile. E, nell’attesa di pilotarlo, quando sarebbe uscito dall’Arsenale, i dettagli delle sue mirabolanti capacità uscivano dalla mia mente a fiotti, arricchendosi giorno per giorno. Ce la godevamo un sacco. Ma il tempo passava e la curiosità, nel mio gruppo di cui ero ormai l’incontrastato capo, si stava trasformando a poco a poco in attesa nervosa e impaziente. Quando arriva il sottomarino? Questa domanda non mi faceva dormire.

La grande bugia mi aveva reso insonne. Nel mio letto osservavo, senza il consueto piacere, il soffitto a cassettoni della mia camera. I riflessi della laguna facevano intravedere la trama delle decorazioni floreali e dorate su quel soffitto altro più di sei metri, sentivo le gondole accarezzare le briccole, il rumore della mia laguna. Tutti suoni che di solito mi conciliavano il sonno, ma non era più così. Dovevo trovare una scusa, una storia per spiegare perché il sommergibile non sarebbe mai arrivato.

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