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Sorella mia perdonami

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Ho sempre desiderato tre figli e ho avuto tre figli, dopo i quarant’anni ma si sa, noi secondi matrimoni ci prendiamo tempo per decidere, e meglio tardi che mai.

Io e Rita, mia moglie, abbiamo sempre pensato che Nicolò, il nostro primogenito, non potesse rimanere da solo. Così è arrivato Sebastiano, a soli 20 mesi dal primo, e per i miei cinquant’anni finalmente una bambina, la mia Rebecca.

Ieri guardavo Nicolò e Rebecca sul lettone. Si cercano, si baciano,si coccolano. Lui la guarda con un misto di tenerezza, ammirazione e orgoglio per una sorella così piccola ma così intelligente, lei pende dalle sue labbra e da quelle dell’altro fratello, con il quale ha un rapporto più giocoso ma altrettanto bello.

Una volta goduto per l’ennesima volta di questa scena mi è venuto il magone, pensando a me e mia sorella Carlotta.

Sono stato un pessimo fratello, fin dall’inizio. Geloso, arrogante, autoritario.

Primogenito maschio in una famiglia patriarcale veneziana, esistevo solo io in casa.

Non che i nostri genitori non facessero di tutto per garantire un equilibrio, ma io rimanevo la star per nonni, zii e cugini fino al quarto grado di parentela.

Ho iniziato da subito dicevo: quando è nata Carlotta, due anni dopo di me, mentre mia madre allattava io giravo intorno alla poltrona urlando come un navajo geloso finché mamma non ha perso il latte e ha smesso di allattarla.

A Venezia, nella grande casa di famiglia, la scena classica era questa. Tavola da 20 persone, io a capotavola con di fronte il nonno, mio padre alla mia destra (meno importante di me nella gerarchia di famiglia), dietro di me le tre zie zitelle a servirmi e riverirmi, mia sorella lontana, sepolta fra i parenti.

A scuola io ero una peste, lei bravissima. Lei prendeva otto e nove e si beccava un brava. Io prendevo un sei e mi portavano in trionfo.

Una volta una zia non proprio educativa, quando eravamo ancora piccoli, si prese la briga di terrorizzarci con la storia del diavolo che andava a prendere i bambini di notte in camera loro. Credo di aver dormito sudando sotto le coperte per un mese, prima che mia madre mi spiegasse che, con tutti i bambini cattivi esistenti, era impossibile che sarebbe venuto a prendere proprio me. In quel mese, l’unico conforto notturno era pensare che se mi tenevo nascosto, il diavolo sarebbe entrato dalla porta e avrebbe visto per prima mia sorella.

I parenti ci portavano spesso cioccolatini, scatole intere. I miei duravano 10 minuti, Carlotta ne mangiava uno e, da brava formichina, li nascondeva. Ma la cicala sapeva dove…

Giocavo con mia sorella alle bambole, ma per farle saltare i nervi. Lei faceva la maestra di scuola e io gli alunni cattivi. A un certo punto impazziva per le malefatte della classe.

Più tardi la sua collezione di bambole verrà usata da me e il mio amico Dario per la cosiddetta bambolata, una guerra a tirarsi in testa le sue preziose beniamine. Ricordo in particolare Biancaneve, una pesantissima bambola di gomma piena che io e Dario chamavamo l’arma finale.

A Natale, quando si smontava il presepe, giocavamo al baratto di personaggi e animali. I più preziosi erano considerati i maiali, belli rosa e cicciottelli. Li aveva sempre lei. Allora io le sussurravo come il suo migliore amico: dammeli tutti e io in cambio ti darò quello che fa la polenta, così per comprartela alla fine avrai gli uni e l’altro. Abboccava sempre, era solo questione di tempo. E quando dopo un po’ mi chiedeva perché non compravo la sua polenta rispondevo: non mi piace.

A 13 anni ho avuto la mia camera da solo. Quel giorno sento bussare alla mia porta. Era lei. Mi dice: giochi con me? No, le ho risposto, chiudendole la porta in faccia.

Sono stato un pessimo fratello fino ai 17 anni quando, solo per interesse, mi sono accorto che le compagne di classe di mia sorella alle Marcelline erano papabili. Lì ho iniziato a frequentare loro e anche mia sorella.

Così ho scoperto che non solo stava trasformandosi da bambina timida e bruttina in una bella donna, ma anche che era intelligente e che, nonostante tutto, mi voleva bene.

Poi, iniziando a lavorare, ho capito quanto brava fosse lei, a 18 anni già capace di girare il mondo e gestire come interprete un’intera tavola di tedeschi.

Col tempo più che ritrovarci io ho capito che le volevo bene. Oggi, di fronte a tanti fratelli che non si parlano o addirittura lo fanno tramite avvocato, io e lei siamo solidali, amici, fratelli e contiamo uno sull’altro come non mai.

Io ho una sorella ma tu, Carlotta, ora hai un fratello. E per sempre.

Perdonami per il latte di mamma


2 commenti

  1. Cavolo non ho parole! Grazie fratellone, ti ho sempre voluto bene e te ne vorro’ sempre
    Insegnamo ai tuoi figli e miei nipoti ad amare ed essere generosi
    E’ la cosa piiu’ importante

    • Vedere com si amano i tuoi nipoti mi ha fatto sentire in colpa, lo confesso. Per fortuna abbiamo recuperato

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@anpellizzari

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