Home » I figli » #Matrimoni: quando la #suocera è più letale di un’amante

#Matrimoni: quando la #suocera è più letale di un’amante

IMG_1742-0.JPG

Nella foto, mia madre il giorno del suo matrimonio, il giorno più bello della sua vita. No, non è commossa, piange. E non piange di felicità, piange di dispiacere. Ora vi racconto perché.

Mia madre è cresciuta a Venezia, in una famiglia di quelle “in vista”, come si suol dire. Suo padre, mio nonno, era un professore di storia dell’arte, ma soprattutto uno stimato restauratore. Venezia e Padova gli devono qualcosa per il recupero di importanti chiese e dipinti.

I miei vivevano negli agi e nel rispetto della comunità. Mio padre, invece, era rimasto orfano a tre anni perché mio nonno Nicolò era stato ucciso da un melanoma. Così mia nonna Regina, detta Ginetta, una bellissima donna, era rimasta vedova e in grave dissesto economico. Non a caso mio padre, che frequentava la famiglia di mia madre perché amico di mio zio Plinio (nella foto) ci pranzava anche, perché mia nonna sapeva che era povero e lo accudiva.

Così, frequentando la famiglia di mia madre, i miei si sono conosciuti. E si sono innamorati. Un amore ostacolato, ma non dalla famiglia di mia madre, che avvrebbe potuto avere da ridire per le condizioni economiche di mio padre. No, chi ostacolava era Ginetta, la madre di mio padre.

Che era rimasta vedova per poco tempo, e si era risposata con un fotografo, dal quale aveva avuto un figlio, il fratellastro di mio padre.

L’uomo non amava mio padre: lo manteneva, gli avrebbe dato un lavoro, ma non lo amava. Per lui esisteva solo il vero figlio. Tutte le volte che mio padre ha avuto bisogno di lui è stato abbandonato. Prima negli studi (un padre vero non gli avrebbe mai permesso di abbandonarli), poi nel lavoro (quando le cose erano andate male per la ditta il patrigno lo aveva abbandonato lasciandogli solo debiti) e, come sto per raccontarvi, al matrimonio. Emblematica quella volta che mio padre aveva risposto al suo patrigno in tavola perché non era d’accordo su una cosa e questi gli aveva buttato in faccia un bicchiere d’acqua, umiliando un uomo ormai fatto.

Dicevo, nonna Ginetta era gelosa di mio padre. Papà era uno sciupafemmine, noto per la sua bellezza a Venezia e, quando si era messo con mia madre mia nonna aveva tollerato la cosa prendendola come una delle tante donne di papà. Ma la storia durava, e papà, nonostante la gelosia di mia nonna, aveva chiesto la mano di mamma.

Fu un matrimonio di quelli importanti, all’altezza della famiglia del professore. Molti invitati, tutti in gondola, grande rinfresco. Ma fu anche uno scandalo evitato per un soffio. Nel piccolo gioiello che è Santa Maria dei Miracoli, gremita dentro e fuori di invitati e curiosi, mia madre aveva fatto la sua entrata al braccio di mio nonno, un omone alto due metri. Peccato che i futuri suoceri, il patrigno di mio padre e sua moglie Regina, si erano messi nell’ultima fila.

Ciò significava una sola cosa per tutti: la loro contrarietà al matrimonio o, peggio, che era successo qualcosa di riprovevole, tipo la consumazione prima del Sacramento (erano altri tempi) e tutti li guardavano. La cosa ridicola è che il patrigno era ebreo, quindi a lui di quelle dinamiche non doveva fregargliene nulla, ma era cattivo, come sua moglie, e tutti e due invidiosi della sfarzo di quell’evento, invece di goderne.

Tutti li guardavano imbarazzati, compreso mio padre, per quanto succube di sua madre. Mentre mia mamma piangeva. Allora il professore si era alzato in tutta la sua statura, era andato in fondo alla Chiesa, li aveva guardati e aveva detto ad alta voce, in veneziano: ora voi vi alzate e vi sedete davanti!

Neanche una donna acida e cattiva come mia nonna era riuscita a resistere a quell’ordine e, seguita dal marito, si era messa al posto d’onore che le spettava, ma che non meritava.

La faccia era salva ma Ginetta era riuscita a rovinare il più bel giorno della sua vita a mia madre. Ma era solo all’inizio. Mio padre, purtroppo, complessato come tutti gli orfani che si ritrovano ad avere a che fare con un patrigno arcigno senza la protezione della madre, ancora più matrigna nonostante il sangue del suo sangue, per buona parte della sua vita aveva costretto mia madre a frequentarli, a farci le vacanze insieme, a subire molte vessazioni.

Il matrimonio è stato in pericolo più di una volta per colpa della nonna Ginetta, ma ha resistito, nonostante le cattiverie che mia madre ha dovuto subire e che mio padre non ha saputo evitare, anzi.

Noi nipoti, per quanto piccoli, ci siamo accorti subito che c’erano dei nonni buoni e dei nonni cattivi, ma anche noi eravamo costretti a frequentarli, pur ribellandoci.

Quando ho inziato a fare il giornalista, il patrigno, ormai fotoreporter affermato, mi ha presentato. Io lo ringrazio per questo, ma so bene che quella presentazione era interessata: se io avessi fatto molti articoli, lui avrebbe forse venduto più servizi fotografici. Lui non faceva mai nulla per nulla. Beh, io lo ringrazio, ma se mi hanno tenuto al giornale non è certo per merito suo, ma perché io ho dimostrato di essere all’altezza, di essere bravo e saper scrivere. Quindi grazie per la presentazione, punto.

Sono andato al funerale della nonna Ginetta per far piacere a mio padre: non ho provato alcun dolore. Non sono andato al funerale del patrigno: ho detto a mio padre che ci aveva fatto più cattiverie che cose buone.

Molte coppie hanno in mezzo a loro il cuneo di una suocera o di un suocero cattivi. A volte è un paletto mortale. Uccide con una morte lenta, perché è intriso di un veleno che è sempre un mix di livore, invidia e cattiveria.

Ma la coppia si fa uccidere perché uno dei due, lui o lei, permette ai suoceri arcigni di interferire nel matrimonio, prima subdolamente, poi in modo massiccio. Un amante è spesso meno invasivo e letale.

Rispondi

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.